Derby

venerdì, 29 marzo 2013

 

Derby. Stracittadina. Nel caso nostro: straregionale. Due squadre. In A due. Due partite. Due volte l’anno. Una di andata e l’altra di ritorno. Così che gran parte della popolazione rugbistica regionale si trasferisce una volta giù al sud e l’altra su al nord. Una volta si sale tutti e l’altra si scende. Per assistere al derby. Che non è la corsa ippica  al galoppo o il celebre locale notturno milanese degli anni sessanta che sfornava campioni sì ma di teatro, musica e canzoni ma è quello che sa di amicizie datate, di ricordi comuni, di giocatori scambiati. Di vecchie sfide, di quando i padri di oggi erano i ragazzi di allora.

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Quando giocammo con gli All Blacks

domenica, 4 novembre 2012


“Sono uomini come noi.”
Carwyn, tranquillo. Seduto negli spogliatoi, spiega.
Padova è lì fuori. Il mondo è lì fuori.
Tribune colme.  Profumo d’autunno.

“ Non preoccupatevi, ripeto, sono uomini, come lo siamo noi.”
Nel silenzio dei nostri sguardi solo la voce del gallese.
Lui che li ha già battuti.  Che ama la letteratura quanto la palla ovale.
E in questo momento prova a rassicurarci. Ci calma. Anche se  la tensione è forte.

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Quando gioca la Nazionale

sabato, 17 marzo 2012

 

Gente. Tanta. Una marea. Di gambe e cappellini. Di sciarpe e sorrisi. Di ragazzini a cavallo sulle spalle. Di famiglie e bandiere. Traffico. Di auto e bancarelle. Di panini e di birre. Di strette di mano e di abbracci. Di chi si rivede solo in queste occasioni. Di appuntamenti alla prossima. Di vecchi racconti di vecchie partite. Di campionati passati e di favolose abbuffate. Di intere famiglie. Di parenti e rugbisti.

Un fiume. Che si getta in un mare azzurro. E si riversa in un catino. Le cui pareti grigio-calcestruzzo, un attimo prima del fischio d’inizio, si colorano di azzurro.

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Per la libertà

lunedì, 1 ottobre 2012


Per i corridoi scrostati. Per i controlli all’ingresso. Per le nostre maglie a righe. Per quei volti che ci aspettano. Per le loro estati uguali agli inverni. Per un rettangolo di terra chiuso a tre metri da un muro. Per gli occhi che osservano senza mai distrarsi. Per l’inizio di una partita. Per l’emozione. Per la voglia di giocare, la nostra e soprattutto la loro. Per dimostrare che anche qui è come fuori. Per il rugby. Per quello che adesso ti sta dando, che poi è quello che sempre ti ha restituito. Per tutte le volte che hai chiesto. Per tutte le volte che hai dato. Per i giorni sempre uguali. Per i disegni con il dito sulla polvere. Per le ombre. Per i prati verdi. Per una storia balorda.

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Raccontare una partita di rugby

domenica, 25 gennaio 2009

 

Raccontare le emozioni che si provano, dal momento che quella semplice palla ovale, dal piede del mediano di apertura avversario, arriva veloce quasi per incanto tra le tue braccia, sino al momento del fischio finale, dell’abbraccio dei compagni, del corridoio, del saluto al pubblico. Sentirsi la schiena a pezzi, felice di aver giocato, poi vinto o perso, comunque soddisfatto, rincorrere le azioni di gioco, ad occhi chiusi, sotto il getto della doccia. Quindici volti contro quindici. Le mascelle che stringono decise il paradenti. La fronte imperlata di sudore e i pensieri che volano, oltre quella linea bianca, oltre il campo, si mischiano al pubblico che sta lì, che quando c’è da spingere, spinge con te, si schiera in mischia e spinge, sfregando anch’esso le proprie orecchie con quelle dell’avversario, cercando di aggrapparsi con le dita a quelle maglie a strisce che hanno colori diversi dalla tua e sentire il fiato di quella gente come se ti respirasse accanto. Raccontare una partita di rugby.

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