Quando gioca la Nazionale

sabato, 17 marzo 2012

 

Gente. Tanta. Una marea. Di gambe e cappellini. Di sciarpe e sorrisi. Di ragazzini a cavallo sulle spalle. Di famiglie e bandiere. Traffico. Di auto e bancarelle. Di panini e di birre. Di strette di mano e di abbracci. Di chi si rivede solo in queste occasioni. Di appuntamenti alla prossima. Di vecchi racconti di vecchie partite. Di campionati passati e di favolose abbuffate. Di intere famiglie. Di parenti e rugbisti.

Un fiume. Che si getta in un mare azzurro. E si riversa in un catino. Le cui pareti grigio-calcestruzzo, un attimo prima del fischio d’inizio, si colorano di azzurro.

Si colorano di sguardi di migliaia di occhi. Di migliaia di frasi e di voci. Di migliaia di suoni e profumi. Di colpi di tosse. Di sospiri e sobbalzi. Di silenzio assoluto. Di emozioni e di urla.

Cessano all’improvviso rumori e parole. Le squadre in campo. Allineate. Tutti al proprio posto. Parte la musica.

Persone. Tante. Tutte. Insieme. Con  la mano destra sul petto. A sinistra. Dove sta il cuore. Che cantano. A squarciagola. Stonate. In piedi. Le strofe di un inno. Di un elmo di Scipio.

Fratelli. Con la stessa passione. Che unisce. Dialetti e abitudini. Di sopra e di sotto. Da un capo all’altro. Per un attimo e per sempre. Sconosciuti e subito amici. Compagni. Amanti di una squadra. Della stessa. Dell’unica. Che quasi mai vince. Ma che ogni tanto, qualche soddisfazione si toglie.

Innamorati di una maglia. Quella azzurra. Di una e di tante storie. Di chi l’ha indossata. E di chi l’ha sognata. Di atleti irruenti. Di matti sinceri. Di pionieri e ricordi. Di polvere e sogni. Di campi sterrati e di gambe sfinite. Di vittorie sfiorate. Di calci piazzati e di calci  sbagliati.

Nazionale. Quella di tutti. Che quando gioca in casa. Lo stadio diventa un grande mare azzurro.

Tutto l’azzurro del mondo sta lì. Confluisce. Da ruscelli di facce sorridenti. Mescolandosi. Con quello del cielo. Che si tuffa negli occhi. Di tutti. Di bambini e di zii. Di uomini e donne. Di appassionati tifosi e addetti ai lavori. Di giornalisti e fotografi. Con la stessa ammaliante passione.

Perché di rugby si tratta. Di palla ovale. Bislunga. Melonica. Limonica.

Stretta e lunga. Quella che rimbalza strana. Quando vuole. Che si porta per il campo. Tra le mani. Verso la linea bianca. La meta. Alle spalle degli altri. Quelli con l’altra maglia.

Di un altro paese. Di un’altra nazione. Dal diverso linguaggio.

Perché quando gioca la Nazionale, l’altra è sempre una squadra straniera. Una di quelle volte, forse poche, che ci si sente veramente uniti. Un unico corpo. Un solo obbiettivo.  Che non sempre è possibile. Tuttoggi. Ancora. Dopo centocinquant’anni.

Che ci fa sentire tanti. Milioni di milioni. Di milioni di emozioni. Felici comunque vada. Accontentandosi. Di un bicchiere mezzo pieno. Di quel poco che basta. Per provare a sognare. Aspettando. Ancora una volta. La “nostra” prossima partita.

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